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mercoledì 29 giugno 2016

Una psicologa al cinema - "La grande bellezza"



Doverosa premessa: non mi considero una cinefila. Proprio per nulla. Non sempre riesco a cogliere la bellezza nei film elogiati dalla critica, a rilevarne i dettagli stilistici, lasciandomi piuttosto trasportare dalla trama (spesso anche se banale).

Ecco, la premessa era doverosa, dicevo, per poter capire il mio iniziale atteggiamento ieri sera, al cinema, apprestandomi a vedere per la prima volta La grande bellezza, nella versione integrale eccezionalmente proposta nelle sale italiane in questo inizio di settimana. Accompagnavo chi di cinema se ne intende (e pertanto quei dettagli sa coglierli e apprezzarli), mentre io attendevo l’inizio del film con lo stato d'animo di chi sa che "non ci capirà 'na mazza". Un misto tra il timore della noia e la rassegnazione, dunque.

In questi casi, per affrontare la situazione, ci si appiglia alle proprie conoscenze. E io, generalmente, infilo gli occhiali da psicologa e osservo.

Filtro, questo, dal quale scaturisce una seconda premessa: ogni fase di vita ha un suo compito specifico, uguale per ogni essere umano. Durante l'adolescenza, ad esempio, esso consiste nel creare una sicurezza interna e trovare il giusto equilibrio tra dipendenza e autonomia. Quel che al contrario accade durante la terza età, viene invece raccontato con straordinaria precisione da Paolo Sorrentino

Ed ecco che, indossati i panni del mestiere e osservato più a fondo il personaggio, ad affiorare è davvero una grande bellezza. Indipendentemente, dalle sue probabili competenze psicologiche e inerenti alle “fasi del ciclo di vita”, il regista napoletano riesce infatti a rendere perfettamente le dinamiche e gli stati d'animo tipici di chi, come il protagonista Jep Gambardella, ha da poco svoltato il traguardo dei 60 anni. Anzi, credo che l'intero film sia la perfetta messinscena di tali vissuti.

E così, signori e signore, ecco manifestarsi il compito specifico della terza età, e con esso, il mio sorriso compiaciuto, nel ringraziare sia G. C. Zapparoli (padre dell’orientamento "breve integrato", cui io stessa appartengo) che Sorrentino, una volta resami conto che quanto visto sul grande schermo non fosse altro che la puntuale narrazione della fase della stabilizzazione/terza età. A 60 anni circa (il protagonista entra in scena proprio durante i festeggiamenti dei suoi 65 anni), si riguarda la propria vita, come in un lungo flashback, e se ne tirano le somme. Jep, famoso giornalista che rifugge nella mondanità per rinviare a un ignoto domani il confronto con se stesso, è pertanto alle prese con la graduale acquisizione di ciò che è riuscito a realizzare e cosa invece gli manchi, comprendendo pian piano quali siano i suoi limiti (oltre che i limiti umani). Da qui, dalla consapevolezza di limiti e “fallimenti", nascono il senso di amarezza, la paura e la rabbia, sottilmente espressi dal modo in cui Jep affronta gli attimi di quotidianità in cui il film si frammenta. Rabbia, ad esempio, affiora dalle pungenti allusioni a più riprese indirizzate a personaggi che ancora, di quei limiti e di quegli autoinganni, non si sono resi conto. Fenomenale, in tal senso, è il monologo rivolto a Stefania, scrittrice radical chic che nasconde, dietro un’apparente autocompiacimento, menzogne e fragilità. 

Se tuttavia quanto fin qui descritto ha una valenza episodica, ben più marcato è l’imbattersi di Jep nella più grande delle paure facentisi largo con il giungere della terza età: l'accettazione della morte, rispetto alla quale sembra chiedersi quale impronta abbia davvero lasciato di sé. 

Ebbene, ogni sessantenne, come Jep, si trova a fare un bilancio, a capire cosa sia andato bene nella propria vita, quali siano i rimorsi, quali i rimpianti, cosa effettivamente abbia lasciato di sé e cosa avrebbe voluto lasciare.   

Insomma, La grande bellezza è un film in cui a contare non è tanto il finale, bensì il viaggio percorso (un po' come nella vita, no?!). E Jep effettua un buon viaggio. Fosse un mio paziente, mi complimenterei per la capacità di affrontare questo bilancio: scopre i suoi limiti, ma si rende anche conto che la grande bellezza, in fondo, risiede nel dar voce ai propri bisogni, quelli reali e autentici, perché quelli di facciata, sono in realtà grandi autoinganni, terapeutici per un po', ma poi destinati a lasciare spazio all'ansia e al senso di vuoto

Significato, questo, che credo il protagonista colga ben prima di arrivare al termine delle sue riflessioni, incorniciandone l’essenza in una frase pronunciata già a inizio film 

"La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare".
Proprio da qui, la personale speranza che questo aspetto più psicologico possa essere colto dallo spettatore. Non soltanto dai coetanei di Jep, al fine di rispecchiarsi e sentirsi compresi in questo difficile e inevitabile “tirare le somme”, bensì anche dai più giovani, affinché possano "rimediare in tempo" e agire, per far sì che il proprio bilancio sia " il più positivo possibile" per se stessi.

Un enorme grazie a Sorrentino per questa rappresentazione! Ora che ci ho preso gusto, ad attendermi è Youth - La giovinezza!

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